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<articoli>
	<articolo periodo="2">
		<ti>Metodologie informatiche applicate allo studio delle archeosuperfici di Isernia la Pineta (Molise, Italia)</ti>
		<ai>
			<ae>C. Peretto</ae>
			<ae>M. Arzarello</ae>
			<ae>P. Corti</ae>
			<ae>R. Gallotti</ae>
			<ae>G. Lembo</ae>
			<ae>U. Thun Hohenstein</ae>
			<ae>A. Minelli</ae>
		</ai>
		<p>La notevole possibilità di reperti rinvenuta sulle archeosuperfici del giacimento paleolitico di Isernia La Pineta e la mole di informazioni ad essa connessa, risultato di anni di scavo e di ricerca, hanno richiesto l'impiego di metodologie di studio e di analisi interdisciplinari basate sull'utilizzo di tecnologie per molti aspetti innovative (Bisi et al. 1989; Peretto ed. 1999; Peretto et al. 1996, 1998, 2000). Un approccio più diretto all'informatica e alle sue potenzialità per la gestione, lo studio e l'interpretazione dei dati ottimizza sicuramente le fasi del lavoro e velocizza i processi di acquisizione ed elaborazione delle informazioni raccolte, per giungere ad un'interpretazione più corretta dei dati a disposizione, soprattutto se si aggirano nell'ordine delle migliaia, e per facilitare così la loro pubblicazione.</p>
		<p>Tale approccio, sperimentato sul sito di Isernia La Pineta, ha seguito due diverse fasi nella storia delle campagne di scavo condotte: il periodo precedente la costruzione dell'attuale padiglione che copre, protegge e musealizza l'intera area interessata dagli scavi, ed uno successivo. Infatti, proprio la costruzione del padiglione ha sollecitato un nuovo modo di concepire l'applicazione dell'informatica allo scavo archeologico.</p>
		<p>La prima elaborazione di un sistema informatico ha riguardato una porzione dell'archeosuperficie più importante del sito, il livello 3a (fig. 1), messa in luce nelle campagne di scavo precedenti al 1995, che per numero di reperti, completezza e qualità dei dati si prestava ad una prima applicazione di analisi spaziali attraverso un Geographical Information System. Le planimetrie di scavo erano già state restituite in formato vettoriale in AutoCAD (fig. 2), mentre i dati alfanumerici relativi ai singoli reperti erano stati strutturati e implementati in un database di ACCESS (fig. 3). Le planimetrie sono state esportate in Arcview e gli oggetti grafici, tramite la chiave primaria della tabella generata all'interno dell'ambiente di AutoCAD, sono stati collegati facilmente al database prodotto con ACCESS. Con una selezione SQL (Standard Query Language) sono state relazionate le distinte banche dati, creando nuove tabelle che uniscono nella relazione join del tipo one to one le informazioni riportate nei diversi database (fig. 4). Le piante in questo modo possono essere collegate a qualsiasi tabella e si possono gestire ed elaborare tutti i dati relativi ad un'archeosuperficie. Attraverso semplici modalità di selezione dei dati alfanumerici, è possibile evidenziare gli oggetti grafici in forma tematica. Le prime piante tematiche prodotte hanno riguardato la distribuzione generale dei resti considerati per materia prima, la distribuzione dei resti faunistici in base alla determinazione tassonomica (fig. 5) e la diversa distribuzione dell'industria, considerata sia per materia prima (calcare, selce), sia per categorie tipologiche (industria su scheggia in selce, industria su ciottolo in calcare ecc.) (fig. 6). La tematizzazione dei resti contenuti in quest'archeosuperficie è risultato un espediente estremamente interessante per le analisi spaziali, dato che i fenomeni di concentrazione, dispersione e correlazione tra i materiali, possono essere visualizzati sia per singole categorie, a differenti livelli di dettaglio, che simultaneamente. Il confronto tra le diverse distribuzioni può sicuramente suggerire un'idea dei processi, antropici o postdeposizionali, che hanno determinato la formazione dell'archeosuperficie. Dato il numero elevato di reperti (6214), anche attraverso le piante tematiche, era difficile visualizzare con precisione i fenomeni distributivi degli stessi, per cui, utilizzando le funzioni topologiche implementate nel GIS, sono state costruite piante di densità per range di valori sulla base della griglia di scavo (1 m x 1 m). Utilizzando la funzione -contains- in una SQL, sono stati conteggiati tutti i pezzi, il cui centroide ricadeva in un quadrato. Per discretizzare ulteriormente le informazioni e per avere una maggiore precisione nella loro lettura, la maglia della griglia di scavo è stata ridotta in quadrati di 50 cm di lato. Ogni pianta tematica è stata elaborata sotto forma di mappa di densità a diversi livelli di dettaglio e il confronto quantitativo tra le distribuzioni delle differenti categorie di materiali è stato visualizzato attraverso piante tematiche espresse attraverso grafici, il che ha permesso di avere un primo quadro organico ed organizzato dei dati raccolti e di formulare delle prime interrogazioni relativamente alla distribuzione spaziale dei reperti individuati. Nei 65 m2 presi in considerazione sono stati rinvenuti 2825 blocchi di travertino, 2203 resti di fauna, 1186 manufatti litici, di cui 422 in selce e 764 in calcare. I reperti si addensano nella parte centrale dell'area, con una concentrazione massima di 403 reperti nel quadrato 11 (fig. 7). Dal confronto quantitativo tra le diverse categorie di materiali (fig. 8), si nota come la presenza del travertino, consistente nell'intera area scavata, ricalchi a grandi linee la distribuzione dei reperti litici e faunistici. Questi ultimi sembrano addensarsi nella zona centrale dello scavo, mentre l'industria sia in calcare che in selce acquista maggior peso nelle zone laterali (figg. 9, 10). Utilizzando una griglia a maglia più stretta il divario tra le più alte concentrazioni dei reperti faunistici e quelle dei manufatti litici risulta ulteriormente evidente (fig. 11). Se si considera l'industria litica in base alla materia prima utilizzata, si può notare come i patterns distributivi siano differenti (figg. 12, 13). Questi primi risultati, estremamente parziali, perché riferiti solo ad una porzione dell'intera archeosuperficie scavata, e di natura puramente descrittiva, mettono in evidenza, però, già delle modalità distributive interessanti da indagare in dettaglio soprattutto nelle aree dove i rapporti tra le diverse categorie di materiali sono più consistenti, la cui spiegazione potrebbe suggerire indicazioni interessanti sui processi occorsi nella formazione del giacimento. La successiva costruzione del padiglione, che è sorta a copertura e protezione delle superfici archeologiche esplorate, ha indirizzato il nostro lavoro di ricerca verso un nuovo modo di concepire l'utilizzazione dell'informatica per lo scavo archeologico. Infatti, la gestione informatizzata non viene concepita a posteriori, ma segue tutte le fasi della ricerca, a partire dall'attività di scavo e di raccolta dei dati, grazie alla possibilità di avere sul posto una stazione totale (modello GTS-605) con cui si effettuano tutte le misurazioni e il rilievo cartografico della superficie scavata (fig. 14), fino all'elaborazione ed interpretazione delle informazioni, grazie alla predisposizione all'interno del padiglione stesso di un laboratorio informatico permanente e sempre attivo (fig. 15). Lo scopo è quello di arrivare ad una gestione più immediata dei dati a nostra disposizione e alla loro contestuale utilizzazione non solo da parte di professionisti specializzati nel settore, ma anche di un pubblico più vasto che visita il sito, che spesso è affascinato dal lavoro in corso e che può diventare in un certo senso partecipe diretto di tutte le attività espletate, dallo scavo alla documentazione, all'elaborazione finale. Una tale soluzione si è resa necessaria per l'impossibilità di gestire una così grande quantità di dati in modo non informatico (l'area indagata è di circa 300 m2 e i reperti rinvenuti sono dell'ordine delle migliaia) e per velocizzarne sia lo studio che la pubblicazione. A tal fine è stato necessario predisporre un percorso metodologico ben preciso che ci desse la possibilità di omogeneizzare i dati precedenti, che fanno parte dell'archivio storico già documentato e registrato, e quelli di nuova acquisizione e di gestirli e analizzarli in modo organico e completo. La scelta è legata alla necessità di recuperare il pregresso e di potenziarlo al fine di dare continuità ad un processo già in atto di apertura ed applicazione ai dati archeologici di sistemi informatici che favoriscano una chiave di lettura più agevole e che contribuiscano all'estendibilità dell'area da esplorare ed indagare. Il ricorso al GIS è stato fondamentale in quanto si caratterizza come uno strumento di lavoro che permette l'omogeneizzazione di tutti i dati raccolti, la consultazione integrata degli stessi, svincolandoli da qualsiasi processo interpretativo preliminare; uno strumento dunque realmente utile ad una ricerca in fieri e non solo di supporto ad elaborazioni già compiute. La scelta di ArcView ha altresì facilitato l'impostazione del lavoro. A questo software di gestione principale sono stati affiancati due softwares aggiuntivi: AutoCAD, utilizzato per il disegno di piante e sezioni, poiché possiede degli strumenti di grafica molto evoluti, e ACCESS per la gestione delle banche dati, per la sua capacità non solo di archiviare, ma di creare relazioni tra tabelle che contengono dati tra loro connessi e per la possibilità di uniformarle attraverso dei dizionari personalizzati. Ovviamente entrambi questi formati sono leggibili da ArcView (fig. 16). La documentazione grafica in nostro possesso, accumulata durante anni e anni di scavo, era costituita dalle schede di scavo, da quelle relative allo studio dell'industria litica e dei resti faunistici, dalle planimetrie e sezioni di scavo. A questa si aggiungeva la documentazione fotografica. Il primo passo della ricerca è consistito nell'organizzazione del database. Ogni scheda è stata strutturata in una tabella: quella relativa alle schede della Soprintendenza, allo scavo, quelle concernenti lo studio dell'industria e della fauna. Ognuna di queste tabelle contiene dei dati univoci, ma in relazione tra loro. La relazione tra le diverse tabelle è resa possibile grazie al numero di inventario della Soprintendenza che rappresenta la chiave primaria di ogni record archeologico. A parte è stato strutturato l'archivio fotografico, concepito per tematismi (scavo, vaglio, lavaggio, restauro ecc.). Il passo successivo è consistito nella restituzione informatica delle planimetrie di scavo. Dopo aver scandito la pianta del singolo quadrato, ogni pezzo viene contornato con una linea, il cui colore cambia a seconda della materia prima, e collocato in un layer che ha come nome il numero di inventario. Successivamente la pianta digitalizzata del quadrato viene referenziata nella griglia di scavo generale (fig. 17). Le coordinate di ogni pezzo vengono calcolate e registrate dalla stazione totale e importate in AutoCAD, per cui la correttezza del disegno può essere controllata in qualsiasi momento. Una tale verifica dei dati assicura una precisione estrema, elemento di fondamentale importanza per le successive analisi spaziali. Le planimetrie vengono poi esportate in ArcView e seguono il trattamento analitico già descritto per l'archeosuperficie 3a. Un tentativo di gestione anche della stratigrafia è stato realizzato elaborando un modello tridimensionale in AutoCAD, costruito attraverso delle metches, una griglia che si modella in base ai punti quotati presi con la stazione totale. La funzione di redering permette di modellare le metches e di restituire l'intero corpo dello strato e il suo andamento. Un'applicazione informatica per l'analisi completa della stratigrafia è in corso di elaborazione. Le campagne di scavo di quest'anno hanno messo in luce un'area in cui i rapporti stratigrafici sono complessi. Una porzione di quest'area e, più precisamente la zona relativa ad una delle buche di sprofondamento rinvenute, è stata campionata per elaborare un sistema che ne gestisse sia la stratigrafia geologica che quella archeologica. I quattro quadrati campionati sono stati restituiti in AutoCAD attraverso delle metches di quadrati di 10 cm di lato e modellati a seconda dell'andamento dello strato, restituito nel suo volume grazie alla funzione di rendering. Anche gli oggetti archeologici sono stati posizionati tridimensionalmente e riprodotti nel loro ingombro volumetrico. La visualizzazione tridimensionale degli strati e della sovrapposizione dei materiali consente di ottenere delle sezioni in qualsiasi direzione e su qualsiasi estensione (fig. 18). Questo sistema permette non solo un controllo puntuale della stratigrafia durante le fasi di scavo, ma anche la visualizzazione delle fasi di frequentazione del sito. Le due diverse fasi della ricerca hanno costituito un percorso interessante ed estremamente stimolante. La necessità di dover omogeneizzare dei dati di scavo già acquisiti e dei dati derivanti dalle campagne di scavo in corso permette di identificare sia le qualità informative ed analitiche di un GIS applicato allo scavo di livelli del Paleolitico inferiore, sia i rispettivi limiti.</p>
		<p>È importante altresì sottolineare che il sistema informatico così creato è passibile di modifiche ed implementazioni in qualsiasi momento, in quanto strutturato in maniera tale da risultare sempre aperto, potenziato ed aggiornato di pari passo con il progredire dell'attività di ricerca e di esplorazione delle archeosuperfici di Isernia La Pineta. I risultati ottenuti a tutt'oggi e le relative considerazioni stanno portando progressivamente ad una rivisitazione delle tecniche di documentazione tradizionali, soprattutto per cercare di velocizzare i tempi di raccolta dati che, in genere, in scavi di archeosuperfici così antiche sono estremamente lunghi.</p>
	</articolo>
	<articolo periodo="1">
		<ti>Sa Coa de sa Multa: applicazione di funzioni CAD allo studio di paleosuperfici</ti>
		<ai>
			<ae>F. Martini</ae>
			<ae>F. Saliola</ae>
		</ai>
		<h3>Il sito e le ricerche</h3>
		<p>Il sito è localizzato in località S'Aspru, nel comune di Laerru, sulla sommità poggiante di un rilievo posto sul versante destro del torrente Altana, alla quota di circa 125 m s.l.m.; tale rilievo si configura come una superficie di erosione ad opera della rete idrografica locale sui sedimenti miocenici, costituiti da strati conglomeratico-arenacei debolmente inclinati, la quale declina dolcemente verso nord ovest e costituisce la parte alta del terrazzo superiore del torrente Altana. L'area di interesse archeologico è stata individuata sul leggero declivio sommitale del rilievo che, una volta spianato dall'erosione, è rimasto isolato per i sollevamenti verticali differenziali della tettonica recente plio-pleistocenica (Ulzega 1999). Su un substrato costituito da calcareniti e marne mioceniche si è evoluto un suolo idromorfo molto pedogenizzato, che contiene nella sua porzione superiore i livelli archeologici; lo studio pedologico del profilo (Bini 1999) ha permesso di ipotizzare per la sequenza di Sa Coa una evoluzione di almeno 500 000 anni, con una alternanza di eventi (fasi e stasi pedogenetiche in rapporto ai mutamenti climatici, processi erosivi, colluvi) al cui interno si può assegnare una cronologia relativa alle due principali unità archeologiche. La più antica, contrassegnata da alcune paleosuperfici tra loro sovrapposte e separate da deboli spessori di deposito archeologicamente sterile, risale al Pleistocene medio iniziale ed è attribuibile al filone culturale su scheggia senza bifacciali (Clactoniano) del Paleolitico inferiore; la più recente è inserita nel colluvio olocenico che sigilla il deposito paleolitico ed è attribuita al Mesolitico (Martini 1999).</p>
		<p><im sc="rf"/>Lo scavo, condotto negli anni 1989-1995 per conto della Soprintenenza Archeologica per le province di Sassari e Nuoro, è stato eseguito in estensione ed ha messo in luce, al di sotto di un colluvio (strato A) decapitato dai lavori agricoli, un paleosuolo (strato B) contenente una successione di tre paleosuperfici (denominate ?, ?, ?) più o meno ricche di materiale archeologico, talora manomesse dai lavori agricoli ma - laddove non interessate dalle arature - risparmiate da distrurbi postdeposizionali importanti come ha evidenziato anche lo studio pedologico.</p>
		<p>Nel settore ovest dello scavo il colluvio superficiale (strato A), più limitatamente manomesso dalle arature, conservava nell'orizzonte a contatto con il tetto del sottostante strato B un orizzonte indisturbato che è stato indagato su una superficie sufficientemente ampia per una valutazione tafonomica e culturale. Si tratta di un piano d'uso riferito al Mesolitico di facies epipaleolitica indifferenziata; il suo studio è ancora inedito.</p>
		<p>Nello strato B la paleosuperficie più recente ? messa in luce nel settore est è apparsa ampiamente manomessa dalle arature profonde ed è stata seguita solo a luoghi, la sottostante paleosuperficie ? invece è stata rilevata su tutta la zona di scavo, infine la più antica ?, assai avara di reperti, si estendeva su un'area parziale della trincea di scavo. Nello studio analitico e nelle applicazioni informatiche presentate in questa sede, il livello più significativo del Paleolitico inferiore è quello intermedio, sia perché più ricco di materiali sia anche perché è il più esteso. Nel suo spessore ridotto (circa 10 cm) sono stati raccolti solo manufatti litici (la fauna e i pollini non si sono conservati) distribuiti in modo disomogeneo: si tratta di blocchi di materia prima reperibile localmente, di prodotti di scheggiatura e di nuclei, di pezzi ritoccati. La giacitura orizzontale dei reperti, il riconoscimento di rimontaggi e lo stato fisico molto fresco hanno fatto ritenere in posto la paleosuperficie, anche in considerazione della natura del sedimento che rende improbabile una possibilità di caduta verso il basso dei manufatti, tra l'altro in generale di taglia media e grande.</p>
		<p>La paleosuperficie ? viene interpretata come un piano di lavorazione della selce all'interno di un'officina litica nella quale la selce, in lista e blocchi, veniva trasportata, lavorata per la messa in forma dei nuclei dai quali erano poi estratti i supporti scheggiati (gli strumenti ritoccati sono molto meno numerosi di quelli non ritoccati). La selce era reperibile a breve distanza dal sito, come documenta una sezione a vista nei pressi dell'insediamento che presenta un'alternanza di letti di selce con marne e arenarie.</p>
		<p>In fase di scavo è stata adottata una griglia di riferimento con settori di un metro quadrato, con scavo in settori di 50 x 50 cm; tutti i materiali sono stati posizionati con le tre coordinate spaziali e mappati in scala 1:10.
(F.M.)</p>
		<h3>Le applicazioni CAD: il trattamento dei dati</h3>
		<p>Nella realizzazione della documentazione sono innegabili i vantaggi offerti dalla concreta possibilità di acquisire direttamente tramite software CAD e stazione totale i dati di posizionamento dei materiali già durante le fasi di scavo. Non va comunque dimenticato il fatto che tale procedimento, pur con ovvie limitazioni, può essere applicato anche a scavi ormai effettuati, a patto, ovviamente, che dalla documentazione sia possibile ricavare con precisione il rapporto tra l'oggetto, le sue caratteristiche e la sua collocazione nelle tre dimensioni dello spazio, nonché i necessari dati relativi alle quote di strati e orizzonti del deposito.
Nel caso di Sa Coa de sa Multa - in cui la documentazione cartacea di scavo riporta chiaramente per ogni pezzo la quota verticale ed è possibile ricavare dal disegno il posizionamento nella griglia di riferimento e la sagoma del manufatto - partendo dalle singole schede e dai rilievi generali, i dati sono stati collazionati, controllati, ordinati e raccolti nel database standard, opportunamente realizzato nell'ambito dell'Unità Operativa <i>Paleolitico e Mesolitico</i> del presente progetto <i>Analisi informatizzata e trattamento dati delle strutture d'abitato di età preistorica e protostorica in Italia</i>. 
I materiali presi in esame si riferiscono a due settori di scavo nell'area di Sa Coa de sa Multa (fig. 1). In particolare, i materiali di tipo Paleolitico inferiore <i>provenienti dai quadrati N 21-24 e O-Q 20-24, strato B</i> precisamente individuati con le tre coordinate spaziali ammontano a 190 non ritoccati, 89 ritoccati e 31 nuclei, pari a circa l'80% del materiale recuperato da tale settore e tale strato (i restanti pezzi provengono dalla setacciatura). Per quanto riguarda i quadrati S-Z 19-21 strato A3, i materiali riferibili all'Epipaleolitico indifferenziato presi in esame ammontano a 91 non ritoccati, 101 ritoccati e 18 nuclei.
Una volta inseriti tutti i dati nel database, questo è stato importato all'interno di AutoCAD®, dove il collegamento tra oggetto disegnato e dati presenti nel database permette di effettuare alcune interrogazioni attraverso le semplici ma utili funzionalità DB del CAD (fig. 2).
Inoltre, l'utilizzo del sistema dei layer ha consentito di assegnare a ogni classe del materiale litico (nuclei, non ritoccati, ritoccati) un preciso simbolo grafico caratterizzato da forma e colore, utile per la realizzazione di piante tematiche sovrapponibili.</p>
		<h3>Procedimento e risultati: le piante tematiche</h3>
		<p>Sebbene l'intervento si sia concentrato sulla possibilità di ottenere sezioni significative dello scavo e non siano state eseguite per ora applicazioni GIS, prima di passare all'illustrazione del procedimento e dei risultati ottenuti con lo -strumento sezioni- del CAD, si presentano brevemente alcuni esempi di risultati relativi a un primo studio sulla distribuzione di alcune classi di manufatti, visto che certi fenomeni di concentrazione sono già apprezzabili a un esame attento delle planimetrie tematizzate. Come già affermato, a ogni classe di materiale corrisponde un determinato layer di AutoCAD®, per cui è possibile facilmente realizzare le piante tematiche desiderate.
Nel settore con i materiali del Paleolitico inferiore, se dall'esame della pianta tematica non sembrano evidenziarsi particolari concentrazioni per quanto riguarda i ritoccati, è invece significativa per i nuclei e per i non ritoccati la distribuzione in due aree ben distinte, con una concentrazione di tali manufatti nella parte nord e nella parte sud del settore di scavo e una fascia centrale senza presenza di nuclei (fig. 3, a destra).
È stato tentato un approfondimento di tale distribuzione, verificando, attraverso il link tra oggetto disegnato e database, se esistessero delle differenze tipologiche o tipometriche tra i nuclei presenti nella parte nord e quelli della parte sud, ma si è visto che i diversi tipi di nucleo (a un piano di percussione, a due piani di percussione, poliedrici polidirezionali ecc.) non presentavano concentrazioni particolari in un'area.</p>
		<h3>Procedimento e risultati: le sezioni</h3>
		<p>Tra gli elementi della documentazione grafica per il rilievo e l'interpretazione degli scavi, il disegno di sezioni può trarre un'ottimizzazione funzionale dall'utilizzo del CAD. Nella ricostruzione del deposito, infatti, alcune possibilità offerte da tali programmi integrano e superano quanto tradizionalmente realizzato in fase di scavo. Se infatti nella realtà le sezioni sono, per così dire, fisse e determinate dalle concrete modalità di esecuzione dello scavo stesso, nella ricostruzione del deposito che si effettua con il disegno CAD è possibile disegnare sezioni orientate a piacimento, le quali seguano, a posteriori, l'andamento ritenuto più opportuno.
Va subito specificato che le -sezioni- in argomento sono in realtà delle proiezioni su un piano di quanto contenuto in una porzione di deposito compresa tra un piano anteriore e uno posteriore, nel nostro caso (fig. 4) su una distanza massima di un metro. La distanza tra tali piani va scelta oculatamente, tenendo conto dell'andamento degli strati, della quantità di materiale presente e di altri fattori. Lo strumento Clipping Planes del programma AutoCAD® permette di regolare questi aspetti al fine di ottenere proiezioni di reperti su una sezione significative per dimensioni e andamento (fig. 5).
L'utilizzo di tale strumento nella ricostruzione del deposito di Sa Coa de sa Multa ha permesso di confermare quanto in effetti era già stato evidenziato in fase di scavo, ovvero la presenza, nel settore con materiali clactoniani, di tre paleosuperfici definite (v. sopra, -Lo scavo e le ricerche-).
Nelle figg. 6 e 7 vengono mostrate le sezioni ottenute, con un'indicazione del probabile andamento delle tre paleosuperfici; va ricordato che la ? è stata fortemente manomessa dai lavori agricoli e la ? è più scarsa di materiali e molto meno estesa. Per una corretta valutazione delle stesse è inoltre opportuno considerare che siamo in presenza di un'industria litica in cui la maggior parte dei pezzi è di dimensioni notevoli. In alcuni quadrati l'andamento di tali paleosuperfici e le discontinuità che le separano appaiono in maniera evidente (fig. 7).
Seppur semplice nella sua concezione, questo tipo di sezione dinamica permette un'applicazione mirata dalla quale è possibile ottenere conferme e acquisizioni. La flessibilità dello strumento lo rende adatto a situazioni diverse, anche all'analisi particolareggiata di -strati spessi- e alla integrazione della documentazione grafica di scavi ormai conclusi.
È fin troppo ovvio, però, che tale tipo di applicazione basa la sua validità esclusivamente sull'accuratezza dei dati dimensionali e spaziali raccolti nella cruciale fase di scavo.
(F.S.)</p>
	</articolo>
	<articolo periodo="1">
		<ti>Il Riparo del Molare (Salerno): applicazione di un GIS alla paleosuperficie del tg 56</ti>
		<ai>
			<ae>P. Boscato</ae>
			<ae>O. Cuomo</ae>
			<ae>A. Ronchitelli</ae>
			<ae>B. Spadacenta</ae>
		</ai>
		<h3>Introduzione</h3>
		<p>Alla Masseta di Scario (Comune di S. Giovanni a Piro - Salerno - Sud Italia), sul Mar Tirreno (fig. 1), sono da tempo oggetto di scavi sistematici i giacimenti del Riparo del Molare e della Grotta Grande, risalenti entrambi al Paleolitico medio (Gambassini - Ronchitelli 1998). </p>
		<p>Le ricerche sono state condotte da parte della Sezione di Preistoria del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell'Università di Siena in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Salerno. Alla base di ambedue le serie continentali sono presenti due conglomerati marini, il più recente dei quali relativo presumibilmente alla trasgressione eutirreniana dato il rinvenimento di esemplari, sia pure rari, di Strombus bubonius e Patella ferruginea. Sulla base dei primi dati paleoambientali anche i livelli antropici ricadono in larga parte all'interno dello stesso stadio isotopico 5. Nella parte alta del Riparo, dove le tracce di frequentazione umana si fanno sporadiche, sembra invece attestato, sulla base degli studi sedimentologici, un deterioramento climatico che potrebbe corrispondere a un'oscillazione più fresca interna allo stadio 5 (5 b?), o forse agli inizi dello stadio 4.</p>
		<p>Il Riparo prende nome dal toponimo della zona (Molara), legato all'estrazione di grosse macine da mulino lungo questa parte della costa. Gli scavi sono iniziati nel 1984 e solo nella recente campagna 2001 è stato portato a termine l'attraversamento della parte basale della serie stratigrafica, finora inesplorata, che insiste subito a tetto del deposito marino eutirreniano citato. Conosciamo ora l'intera sequenza che, su uno spessore stratigrafico di 10 metri, racchiude oltre 20 livelli di insediamento, molti dei quali hanno restituito strumenti litici (raschiatoi, denticolati e punte) (fig. 2) e resti di pasto numerosi, costituiti dalle ossa degli animali cacciati: cervi, caprioli e stambecchi soprattutto, ma anche orsi, bisonti e alcuni pachidermi come l'elefante e il rinoceronte.</p>
		<p>Di grande rilevanza la scoperta, a metà del deposito, di una mandibola neandertaliana relativa ad un bambino di circa 4 anni, di particolare robustezza (Mallegni - Ronchitelli 1987; idem 1989).</p>
		<p>Dal punto di vista stratigrafico (fig. 1) la serie è formata, dall'alto, da livelli di tephra alternati a brecce rosse piuttosto cementate e a sedimenti di suoli, sempre rossi, ma più sciolti e con scarso scheletro calcareo; la parte inferiore è costituita invece da livelli di argilla sterile (con laccature di Fe-Mn e assenza di clasti), alternati a livelli concrezionati che corrispondono ai singoli livelli archeologici, identificabili quasi sempre come vere e proprie paleosuperfici -sensu Bordes- (Bordes 1975).</p>
		<p>Nel corso degli scavi sono state messe in luce, in quasi tutti gli episodi di frequentazione antropica, aree di combustione non strutturate, in genere di forma ovale e di dimensioni contenute (diametro max 20/60 cm): sembra che in alcuni livelli più focolari di questo tipo siano stati in funzione grossomodo contemporaneamente. Si segnala infine l'utilizzo a più riprese, anche se non generalizzato, dell'area sotto la parete ovest del Riparo come zona di accumulo per i resti di pasto.</p>
		<p>A ridosso della stessa parete sono state rinvenute, nei tagli 43 e 56, due strutture di abitato (Ronchitelli 1993): la prima (fig. 1, in basso) è costituita da grosse pietre e concrezioni disposte in cerchio, con un elemento centrale caratterizzato, sulla faccia a vista, da due sporgenze mammellonari di origine naturale: questa struttura è in stretto rapporto con un cranio di Bisonte rinvenuto in una nicchia sotto roccia, rincalzato da una pietra e coperto da una stalagmite. Ritroviamo qui il binomio stalagmite/bisonte isolato dentro una nicchia segnalato anche nello str. 6 della vicina Grotta Grande (Ronchitelli 1998). Al Riparo l'area poco antropizzata suggerisce una valenza simbolica piuttosto che pratica per la struttura appena descritta.</p>
		<p>L'altra struttura (tg. 56; figg. 3-6), ad andamento semicircolare, doveva costituire una sorta di recinto (o capanna) addossato alla roccia, delimitato da pietre (più concrezioni stalagmitiche) e da cinque crani di ungulati, frammentati ma provvisti di cavicchie o corna. Si tratta di una porzione di frontale sinistro di Bisonte con cavicchia integra e in buono stato di conservazione; un frammento di frontale di Cervo con le due corna spezzate, la destra a 21 cm dalla rosetta, la sinistra immediatamente sopra il pugnale basale; due frammenti craniali di stambecchi maschi con linee di fatturazione molto simili: il primo, spezzato posteriormente a metà parietale e anteriormente sul frontale, ha la cavicchia destra integra con arco di 36 cm; il secondo, spezzato posteriormente sulla sutura parieto-frontale, ha anch'esso la cavicchia destra in migliori condizioni (34 cm di arco); completa l'insieme un frammento di frontale di femmina di Stambecco provvisto delle due cavicchie. Alcuni di questi crani (cervo e stambecchi maschi) erano rincalzati dalle pietre della struttura e sono stati rinvenuti con corna emergenti rispetto al piano abitato e inglobate nell'argilla sterile soprastante.</p>
		<p>All'estremità ovest le pietre dell'allineamento si presentano come un accumulo di elementi sovrapposti (fig. 4 a) che poteva formare una sorta di basso muretto a sostegno dell'alzato, franato poi verso mare. L'ammasso di rifiuti è sparso su tutta l'area in cui il gruppo attendeva alle proprie attività quotidiane.</p>
		<p>È stato inoltre messo in luce, purtroppo solo parzialmente, un secondo allineamento di pietre (con due porzioni craniche di giovani bisonti nei pressi), che si prolunga in direzione nord sud parallelamente alla parete ovest del Riparo, con andamento eccentrico rispetto all'allineamento precedente. </p>
		<p>L'industria litica annovera 33 manufatti non ritoccati, 3 nuclei e 23 strumenti (fig. 2, in basso), con raschiatoi (soprattutto laterali e di forma rettilinea) dominanti su punte (n. 3) e denticolati (n. 3); sono presenti i raschiatoi lunghi (n. 4); la presenza di elementi di tecnica Levallois si attesta sul 5%. Tracce di cenere e di carboni sparsi fanno ipotizzare la vicinanza di focolari, andati perduti insieme a gran parte della superficie di abitato a seguito dell'erosione cui è andato soggetto il deposito. Di questa struttura è stato effettuato un calco, ora in mostra nell'esposizione sul giacimento allestita a Scario. </p>
		<p>È questo il livello prescelto per l'analisi informatizzata, che è stata dunque applicata, nel nostro caso, a una struttura -evidente- piuttosto che ad una -eventuale latente-. L'intento era enucleare separatamente gli elementi di tale struttura e verificare le modalità di concentrazione dei materiali antropici nell'area, come prima tappa in vista dell'informatizzazione dei dati pertinenti non solo il tetto (tg. 56A), ma l'intero corpo dello strato, che ha spessore di 10-15 cm ed è stato suddiviso in 3 sottolivelli. Essi permetteranno la creazione di nuovi layers quando il compimento dei lunghi e laboriosi lavori di restauro del materiale, che proviene da livelli concrezionati, ci consentirà di proseguire nell'elaborazione dei dati: sarà allora interessante mettere a confronto l'impianto e le modalità di accumulo nel corso di vita dell'accampamento con i dati qui di seguito esposti, che riflettono il suo momento di abbandono.
(A.R., P.B.)</p>
		<h3>Analisi informatizzata della paleosuperficie 56: premessa metodologica</h3>
		<p>L'oggetto del lavoro, di cui in questa sede saranno presentati i risultati preliminari, è il tetto della paleosuperficie 56, messa in luce tra il 1988 e il 1995.
Essa misura circa 12 m2 ed è stata scavata per quadrati di 1 x 1 m, ognuno dei quali è stato ulteriormente suddiviso in quattro settori (o quadranti).
Si tratta di una superficie praticamente orizzontale, la cui assenza di dislivelli significativi non ha portato nella fase di realizzazione del rilievo manuale alla quotazione di ogni singolo oggetto, ragion per cui si conoscono solo le due dimensioni piane degli stessi e alcune quote variamente dislocate all'interno della paleosuperficie.
Nell'ambito del progetto di informatizzazione e trattamento dei dati della paleosuperficie in esame si è scelto di realizzare un GIS (Geographical Information System). Esso nasce come mezzo che permette tutta una serie di operazioni quali: l'acquisizione, la memorizzazione, l'elaborazione e la presentazione dei dati spaziali in tempo reale ed in forma tale da essere successivamente utilizzate a vari livelli nel processo di pianificazione e gestione del territorio (Rosati 1998).
La decisione di realizzare un GIS per un'analisi spaziale intrasite, ovvero relativa ad un unico sito archeologico, è il risultato di una serie di ragioni concomitanti: la necessità di gestire simultaneamente una mole considerevole di dati e la possibilità di produrre singole carte o di combinarle secondo scale, criteri ed esigenze diverse; inoltre il GIS consente di evidenziare ed isolare la distribuzione delle evidenze archeologiche di cui non si legge chiaramente la funzione (cosiddette -strutture latenti-), in maniera tale da relazionarle con strutture evidenti e tentarne un'interpretazione.
Un GIS inoltre si può facilmente interfacciare con dati di natura diversa e consente veloci e interessanti analisi interdisciplinari, previa importazione dei dati già trattati informaticamente.
L'applicazione di un sistema di gestione del territorio all'archeologia necessita di una analisi approfondita del sito e delle fonti di partenza da parte dell'archeologo. È necessario poi avere ben chiari gli obiettivi da raggiungere e come il GIS di ogni sito possa essere gestito in maniera autonoma e con potenzialità diverse a seconda dei dati che si hanno a disposizione.
Il GIS del tetto della paleosuperficie 56 del Riparo del Molare è stato realizzato attraverso un adattamento dei dati di scavo già noti e non strutturati né organizzati a priori per tale utilizzo. Il lavoro finora compiuto si presenta pertanto preliminare ed è stato pensato sotto forma di GIS, anche per la caratteristica non trascurabile di questi sistemi di gestione dei dati di essere aperti all'immissione di nuove informazioni, tanto cartografiche quanto alfanumeriche, determinanti per un'ipotesi di interpretazione spaziale e funzionale della paleosuperficie tout court.</p>
		<h3>Il software</h3>
		<p>
I vari softwares in grado di produrre GIS, pur differenziandosi nell'architettura dei diversi moduli operativi, seguono una stessa concezione organizzativa e strutturale.
Nell'ambito del trattamento informatizzato dei dati attraverso un sistema GIS esistono due metodi principali per effettuare la rappresentazione dei dati topologici: rappresentazione raster e rappresentazione vettoriale.
Entrambe le metodologie presentano vantaggi e svantaggi, ma generalmente l'uso del metodo raster è maggiormente indicato quando l'informazione che si immette è la variazione spaziale di un fenomeno; d'altro canto la rappresentazione vettoriale è indicata quando c'è bisogno di una grafica molto accurata (Rosati 1998).
Nella fattispecie è stato scelto l'utilizzo di un software vettoriale, MapInfo (versione 4.0), caratterizzato da una strutturazione dei dati molto compatta, da una restituzione grafica accurata e dalla possibilità di aggiornare semplicemente i dati grafici immessi.
Anche MapInfo, come tutti gli altri software GIS, è un sistema che nasce per essere impiegato in ambito geografico e spaziale, nonché economico ed amministrativo, ed è stato adattato successivamente ad applicazioni nel campo dell'archeologia del paesaggio e infine allo studio intrasite dei singoli scavi archeologici. Esso è georeferenziato e facilmente interfacciabile con database esterni (per esempio ACCESS) e con il foglio di calcolo Excel.
L'applicazione GIS che si presenta in questa sede consente di mostrare solo una parte delle potenzialità del software utilizzato, limitatamente alla natura e alla quantità dei dati alfanumerici associati (database) e al dato cartografico (rilievi e sezioni della paleosuperficie).</p>
		<h3>La struttura</h3>
		<p>La realizzazione del GIS avviene attraverso le operazioni di: acquisizione (input), archiviazione e restituzione (output) dei dati. A tal fine ci si è serviti di:
- rilievo cartografico (1:20) del tetto della paleosuperficie 56
- rilievo (1:10) e sezione (1:10) della struttura 56AII
- schede cartacee di scavo sui materiali.
L'analisi, la verifica e la corretta organizzazione delle fonti è il primo passo per l'attendibilità dei risultati di un GIS
L'informatizzazione del Riparo del Molare non ha presentato particolari problemi e l'obiettivo principale è stato creare una mappa interattiva che consentisse una consultazione di tutti i dati, sia grafici che di archivio, in tempo reale in modo da velocizzare e facilitare notevolmente lo studio del sito.</p>
		<h3>Le fasi di realizzazione</h3>
		<p>La prima piattaforma da creare è stata il database, l'inserimento in un archivio informatizzato (realizzato in ACCESS) di tutte le schede cartacee di scavo in 736 record e la loro organizzazione secondo la seguente struttura: Num. Inv, Quadrato, Settore del quadrato, Strato, Superficie, Taglio, Coordinate (X,Y,Z), Classe di materiali, Categoria litica, Materia prima litica, Tipo Laplace, Tipo Bordes, Profilo, Fauna specie, Fauna tipo, Struttura, Materiale della pietra, Alterazione della pietra.</p>
		<h3>Il cad</h3>
		<p>La fase grafica del lavoro è iniziata con la restituzione vettoriale della mappa cartacea in AutoCAD (versione 14); essa è stata scomposta in 12 layers sovrapponibili di cui soltanto il layer Pietre reso realisticamente, mentre per tutti gli altri (Fauna, Industria litica ecc.) sono stati concordati dei simboli rappresentativi (fig. 5).</p>
		<p>Tale passaggio non sarebbe stato necessario per la realizzazione del GIS in MapInfo, ma trovandosi il lavoro svolto in un più ampio progetto di ricerca che comprende un numero notevole di siti, è stato necessario realizzare una piattaforma comune di partenza, indipendentemente dai programmi GIS usati per ciascun sito.</p>
		<h3>Il GIS del Riparo del Molare</h3>
		<p>La resa realistica della paleosuperficie 56 era uno dei presupposti per la realizzazione del GIS: è stata quindi digitalizzata nuovamente la pianta cartacea suddividendola in 13 layers: Quadrettatura, Roccia, Orlo di erosione, Struttura, Ossa 56AII, Quote, Buca, Denti, Ossa, Industria, Concrezioni, Ciottoli, Pietre, Carbone (fig. 6).</p>
		<p>Il criterio seguito per la creazione dei layers è stato quello della maggiore scomposizione possibile, in modo da consentire in un secondo tempo tutte le sovrapposizioni utili. Ciò è esemplificato nella divisione della fauna in ossa e denti, sia isolati che inseriti in mascellari e mandibole: i dati a nostra disposizione, infatti, non consentivano di attribuire tutte le ossa alla specie di appartenenza mentre i denti avevano una classificazione tassonomica sicura; nel momento in cui fosse stato creato un unico layer, non sarebbe stato possibile realizzare una mappa tematica che visualizzasse immediatamente quali delle ossa erano mandibole o denti e a quale specie appartenessero (fig. 4 d).</p>
		<p>Come si è già avuto modo di sottolineare, l'estrema scomponibilità della carta non fa del GIS uno strumento finalizzato esclusivamente agli obiettivi che ci si è preposti al momento della sua creazione, bensì aperto a continue integrazioni e all'inserimento dei dati desunti da scavi successivi, senza dover rivoluzionare nulla della struttura precedente.</p>
		<h3>Associazione dei dati</h3>
		<p>Terminata la fase grafica e l'inserimento, nel database interno di MapInfo, del numero di inventario di ciascun reperto, l'ultima operazione è stata associare il database con la mappa tramite la configurazione della sorgente dati ODBC (nel nostro caso la tabella ACCESS), per rendere possibile in fase di studio l'accesso al record corrispondente ad ogni singolo oggetto.
(O.C., B.S.)</p>
		<h3>Lo studio attraverso il GIS: considerazioni</h3>
		<p>Con il GIS lo studio del Riparo del Molare è divenuto interattivo permettendo di visualizzare i singoli layers e di verificare la disposizione spaziale delle singole classi di oggetti senza essere disturbati dalla visione di tutta la mappa. Ciò è stato utile principalmente nel caso della struttura chiamata 56AII, che si trova ad un livello inferiore rispetto alle pietre della mappa generale: il suo inserimento nel rilievo informatizzato ha reso evidente che tale allineamento di massi (fig. 3 a), riprodotto anche in sezione (fig. 3 b), poteva rappresentare il crollo di una struttura di origine antropica.</p>
		<p>L'analisi ha coinvolto anche i singoli reperti tramite l'interrogazione del database attraverso queries singole ed incrociate, per evidenziare alcuni oggetti rispetto ad altri. Questo consente di visualizzare non solo la mappa, ma anche una schermata con i records corrispondenti ad una determinata selezione. </p>
		<p>Per l'analisi del sito abbiamo proceduto alla creazione di alcune mappe tematiche che ci sembravano particolarmente adatte a confermare, o meno, la presenza di una struttura abitativa organizzata, ancorché parzialmente conservatasi, nell'ambito della paleosuperficie; per questo lavoro preliminare abbiamo privilegiato le mappe elencate qui di seguito:</p>
		<p>- Carta di distribuzione delle pietre (più concrezioni stalagmitiche) usando come criterio distintivo le loro dimensioni</p>
		<p>- Carta di distribuzione dei materiali di apporto antropico pietre escluse</p>
		<p>- Carta di distribuzione dell'industria litica suddivisa in nuclei-strumenti-prodotti del débitage </p>
		<p>- Carta di distribuzione della fauna per specie.</p>
		<p>La mappa di distribuzione delle pietre (fig. 4a), con l'uso di colori diversi per aree di diversa ampiezza secondo ranges statistici, ha messo in rilievo che i massi al centro della paleosuperficie hanno dimensioni analoghe e risultano quindi selezionati; questo conferma la precedente ipotesi di una loro disposizione intenzionale e non casualmente naturale.</p>
		<p>Un'ulteriore prova in tal senso è desumibile dalle mappe della distribuzione dei materiali introdotti dall'Uomo (pietre escluse, fig. 4b) e della distribuzione della sola industria litica (fig. 4c): è ben visibile, infatti, il maggiore addensamento di materiali a sud del suddetto allineamento di pietre, rinforzato dalla preponderanza di strumenti ritoccati nella stessa area.</p>
		<p>Infine la carta di distribuzione della fauna ha evidenziato, tra i reperti determinati, la maggiore incidenza di Capra ibex (23), rispetto alle altre specie presenti (Cervus elaphus 9, Bison priscus 6, Bos/Bison 3). L'insieme dei resti faunistici è completato da numerosi frammenti non determinabili (296, costituiti in gran parte da porzioni di diafisi) sparsi in tutta l'area ma con la diversità di addensamento citata poco sopra (fig. 4d). </p>
		<p>A conferma di quanto fin qui esposto resta comunque necessario l'approfondimento del dato statistico, operazione rinviata al prosieguo dello studio del materiale e al successivo inserimento dei nuovi dati nell'archivio informatizzato.</p>
		<p>(A.R., P.B., O.C., B.S.)
(Rilievi di P. Gambassini e A. Ronchitelli; disegni di A. Corsi, G. Fabbri e A. Moroni Lanfredini).</p>
	</articolo>
</articoli>
